Rinunciamo a chiudere una Biblioteca!
“ …si potrebbe paragonare la vita spirituale dell’epoca appendicistica con una pianta degenerata che si sprechi in esuberanze ipertrofiche… nelle università famosi e loquaci professori privi di autorità porgevano i resti della cultura superiore d’ una volta…..si doveva imparare a rinunciare a tutti i beni che nei tempi anteriori erano parsi appetibili a intere generazioni di eruditi; rinunciare ai rapidi e facili guadagni, alla gloria, ai pubblici onori, agli elogi dei giornali, a sposare figlie di banchieri e di grandi industriali, a farsi viziare col lusso nella vita materiale.” (Hermann Hesse, Il giuoco delle perle di vetro)
Rinunciamo a chiudere la Biblioteca cantonale di Mendrisio!
Sono proprio le piccole Perle quelle che, una ad una come in un’armonica danza, vanno a formare “Il Gioco”, quello che l’amato Poeta Hesse ha tentato allora e ancora oggi tenta a noi tutti di indicare, mostrandoci profeticamente nel suo testamento spirituale, quello che siamo diventati, un’ “era appendicistica o della terza pagina”, insomma un’era del pettegolezzo.
Non si fa pettegolezzo in Biblioteca, come non lo si fa in un Bosco, in una Chiesa, in un Cimitero. Lì siamo veramente in una profonda relazione con l’Assoluto, in un dialogo che ci feconda.
Chiudere una Biblioteca è sfregiare la Bellezza, amputare la Giustizia, imbavagliare la Verità.
Ma perché anche la Svizzera, mia tanto amata Heimat”, si vuole allineare ad altre vicine e sempre più doloranti e deliranti Patrie che, credendo di risanare le sofferenti finanze sopprimendo luoghi necessari robustamente energetici e mentendo alla parte più profonda e vera di loro stesse, lentamente si e ci uccidono, uccidendo Memoria e Natura e Cultura, inseparabili come mente e mano e cuore.
Amo la terra Svizzera, in maniera particolare il suo Canton Ticino, con lo stesso amore con cui la amò Hermann Hesse, “mio padre”, fatti d’una consanguineità invisibile ma non per questo meno reale. Addomesticata dalla sua bellezza la porto nel cuore con i suoi cangianti colori, le sue piccole case, i suoi angoli unici ed introvabili, “casa”, tra un bosco e un piccolo lago, un albero di Giuda e una mucca. Non è la megalopolis che ci fa umani, ma la piccola polis, dove la democrazia può essere davvero Patria, perchè può conoscere ogni suo cittadino e ogni suo cittadino può sentirsi, non minacciato, ma compreso e aiutato e protetto, affinché possano le sue radici affondare nella Madre Terra per innalzarsi gioiose e vigorose verso il Padre Cielo. Crescere nell’Amore, in responsabilità e servizio.
Ho sempre ammirato e cercato di imparare il suo senso civico ( persino i gatti in Svizzera non vanno a frugare scomposti e affamati nei contenitori della spazzatura ben sistemati ai bordi della strada!). Il fermarsi delle auto ai passi pedonali, i bagni dei locali pubblici puliti, il davanzale delle finestre che rinfranca e saluta con un fiore fresco e un piccolo sasso, il saper contenere il nuovo senza mortificare il passato, ma trascendendolo in un atto che, solo se sacro, può offrire pace al nostro umano cuore, assetato di Bellezza, di Giustizia, di Verità. Così il cibo è denso di nuovi sapori, il vino inebriante, l’amicizia preziosa e rara.
So che non è possibile essere delusi dalla” Heimat”, ma da ciò che l’essere umano perpetra sì. Umilmente ma coraggiosamente vorrei chiedere agli uomini della Svizzera ( ma anche a quelli dell’Italia e a quelli di…e a me) di fermarci un momento e di ascoltarci, come lo si fa con un caro amico che ha perduto la strada. Si possono risanare le finanze in molti modi, e si può chiedere al cittadino ogni cosa. Tutto dipende da “chi” lo chiede e dal “come” lo si chiede. E’ l’educazione e non l’istruzione che fa la differenza. Ci crediamo “sviluppati” e parliamo di paesi sottosviluppati! Ma non è che forse dovremmo imparare da altre piccole culture a rimettere le cose al loro posto? A comprendere che il sacrificio è “fare sacro” qualcosa che, pur costandoci, trasformerà noi e il mondo?
Sono certa che se si chiedesse ad ogni cittadino una giornata di lavoro o un soldo per “la nostra” biblioteca, per la “nostra” chiesa, per il “nostro” bosco, per il “nostro” cimitero, nessuno si tirerebbe indietro. Ma perché quel “nostro”, (come il Padre nostro) sia inteso non come proprietà personale, ma come necessità comune di vita, non di sopravvivenza, occorre essere educati a questo sentimento e per educare questo sentimento occorre il silenzio e i suoi, i nostri, luoghi. Ecco perché il chiuderli è tradire Bellezza, Giustizia, Verità, perché è ancora uccidere. Il potere nasce sempre da un bisogno tradito. Solo chi osa guardare e “dare cura” al suo interno a tutti i suoi dolori non dovrà creare e difendersi da un nemico fuori, che è solo costruzione fatta dalle umane paure. Così intendo la non belligeranza, non un atto di vigliaccheria, ma di coraggio. E questo lo può e lo deve fare ognuno di noi e ogni Patria che vuole far fiorire il proprio nome.
In momenti come questi sono questi atti di coraggio a fare la differenza, è importante un cuore capace d’ascolto, che non si faccia contaminare dai cattivi compagni e dai pettegolezzi, ma che sappia dare retta alla più alta voce, quella che ci affratella e ci indica la strada. Chiudere una Biblioteca è come tagliare un Bosco, come sbarrare la porta d’ingresso di una Chiesa, come impedire di richiamare al cuore in un Cimitero chi è sempre con noi. E’ ancora uccidere. È impedire ad un essere umano di trarre insegnamento e conforto dall’Altro, chè senza l’Altro l’uomo non è uomo.
Credo che ognuno di noi, credente o non credente che sia, ha avuto un giorno necessità, inspiegabile con le parole, di entrare e sostare nel silenzio di una Chiesa, forse una cattedrale, forse una piccola cappella di campagna, forse luogo di culto d’altro modo religioso, ma sempre un luogo ove sentirsi “a casa”, protetti da ogni male, per rinfrancarsi e di nuovo camminare. Ognuno di noi attraversa la vita da pellegrino, da ospite, e da sempre l’ospite è sacro, ecco perché è necessario stare sempre attenti a chi bussa alla nostra porta, potrebbe essere un Angelo e noi oggi sempre più spesso gli chiudiamo la porta in faccia!
Anche il Bosco aiuta la ricerca e l’incontro. Il bosco è il luogo che l’Eroe dovrà ogni volta, e mai una volta per tutte, attraversare, sfidando mostri e trappole. Metafora della vita, il bosco offre, come ben dice la Zambrano, i suoi “ chiari”, quelle piccole illuminazioni intraviste e subito scomparse, tra un ramo e l’altro, tra giochi d’ombra e di luce, momenti d’unità che ci lasciano diversi e sorpresi, irrevocabilmente senza parola, ma con una carne risorta.
In Biblioteca ognuno di noi potrà trovare parole capaci di acquietare il cuore. Scrive Hesse che “senza la scrittura non esiste l’idea di umanità”. Tenere un libro tra le mani è accarezzare il viso d’un nostro vecchio che ci sta lasciando, è abbracciare nostro figlio appena arrivato, è un’eredità e una promessa.
In un Cimitero si va per riportare al cuore ciò che il rumore fuori impedisce di fare, si va per parlare quel dialogo infinito che ci unisce a chi non è più con noi. Qui si perdona e ci si perdona, si accusa e ci si accusa, si piange e si sorride, per sempre e mai soli.
E si entra in questi luoghi, i veri luoghi di cura, con incedere silenzioso e accorto, ascoltando in modo nuovo i nostri passi come il battito del nostro cuore, sentendosi circondati da presenze, mortali e immortali, che come noi hanno “cercato” e con noi continuano a cercare, fila infinita d’esseri che si tendono la mano, fratelli. Un Assoluto può parlare solamente ad un cuore capace di ascolto, e solo un luogo del silenzio può offrirci questa opportunità .Tra queste braccia ogni cosa è muta e densa di significato, qui si forgia il presente inseparabile da passato e futuro, ogni uomo che qui ha sostato ha lasciato tracce per ognuno di noi, per ognuno in particolare qualcosa di necessario ed inesprimibile; qui, tra luci e ombre, odori di cipresso e di incenso e di carta, la Cultura ci forma e ci trasforma.
Questi luoghi sono i nostri educatori, ci allenano a diventare noi : “Casa”, “Heimat”.
Uomini di buona volontà, non uccidiamo ciò che da sempre ci tiene in vita e che ora non sentiamo più per il troppo rumore che facciamo! Non uccidiamo i luoghi del silenzio, i nascondigli dell’anima che ci aiutano a divenire esseri incamminati. Esseri capaci di affezionarsi a una rosa senza vergognarsi, esseri capaci di nostalgia e d’amore che, addomesticati una volta dalla piccola volpe, sempre si meraviglieranno del colore dei campi di grano, tutti figli della stessa Madre, dello stesso Padre.
Patrizia Gioia
Milano, 23 agosto 2008
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